Rapporto Colao: non è questa l’Italia del futuro

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Non parlerei di visione neo liberista, perché presuppone che una linea coerente vi sia

   A metà aprile il governo ha istituito una task force per preparare la ripartenza economica del Paese col compito di ripensare i modelli economici e di lavoro che reggono l’Italia, e adattarli alle successive fasi dell’emergenza Coronavirus. A presiederla è stato chiamato – segno dei tempi – un imprenditore, Vittorio Colao, ex amministratore delegato della Vodafone, il cui lavoro, terminato prima degli Stati Generali, consiste in 56 pagine di Rapporto e 123 pagine schede divise di campi di intervento e azioni specifiche che presuppongono.

Penso che chiunque giunga al termine di una lettura minuziosa delle 100 e più schede di azioni di governo proposte da Colao e dalla sua equipe meriti un premio. E’ come muoversi in un ginepraio disordinato che mischia temi importanti e ormai condivisi (come quelli relativi alle infrastrutture) a temi secondari, a interventi legati all’emergenza, azioni che qualsiasi buon governo intraprenderebbe, emendamenti più (o meno) utili a disposizioni esistenti  che insistono nella sfera micro (ma comunque poco significativi), auspici, raccomandazioni generiche, sottolineature (inconsapevoli) di quanto già esiste nella legislazione o è nelle intenzioni dei governanti. Difficile trovare una gerarchia di temi o una distinzione di efficacia. Di costi, poi, non si parla. Ma difficile anche capire il centro dell’ispirazione del gruppo di lavoro. Se il centro fosse stato la ripartenza dell’economia e la necessità di impostare nel lungo periodo una fase di sostenuta e sostenibile di crescita occorrerebbe chiedersi cosa c’entrino tante e tante schede (quand’anche rivolte a indirizzi auspicabili, come, ad esempio, il supporto psicologico alle famiglie colpite da sindromi depressive). Tutto fa brodo ovviamente, ma un conto è il pezzo di carne un altro è l’aggiunta di qualche spezia. Inutile dire che è difficile trovare una qualche visione che si possa ricondurre a un progetto ambizioso che guardi al futuro di un il Paese che voglia cambiare pagina sia riguardo al suo declino e sia alla sua inaccettabile situazione sociale. 

  Cose interessanti se ne trovano (magari scovandole nelle pieghe delle tante proposte), ma se si guarda il Rapporto nel suo complesso è come se l’Italia possa crescere solo sburocratizzando all’eccesso, deregolamentando (talvolta temporaneamente), riducendo le protezioni dei risparmiatori e la partecipazione dei cittadini e trovando nello Stato il finanziatore di ultima istanza di ogni iniziativa che il settore privato debba a suo merito intraprendere. Non parlerei di visione neo liberista, perché presuppone che una linea coerente vi sia. Parlerei più di assenza di fantasia e di ambizione. Condita con un carico di significato e di importanza affidato a un fastidiosissimo uso di termini inglesi.

Inidoneo a far nascere un dibattito pubblico per prefigurare un modello di tessuto produttivo per l’Italia

Cominciamo col dire che non occorre essere statalisti per capire che per ridare slancio al tessuto produttivo occorra che lo Stato guidi e coordini in una cornice unitaria una trasformazione che faccia perno sui settori strategici, impegnandosi direttamente o attraverso sue agenzie o imprese possedute; trasformazione, che non può essere prodotta solo da incentivi e da sostegno pubblico alla profittabilità privata. Nessun dubbio che questa trasformazione passi anche per la cura del settore energetico, l’informatizzazione del Paese e le infrastrutture (in primo luogo di trasporto), le cui schede sono quelle da mettere in evidenza, anche se disarmanti nella loro genericità e “buon senso” (certamente nulla di comparabile con il piano per la mobilità recentemente presentato dalla Ministra De Micheli, che, invece, è una buona base di discussione). Il limite del gruppo Colao è la preoccupazione di tagliar fuori qualsiasi partecipazione dei cittadini interessati, degli enti locali per tenere tutto in un indisturbato orizzonte tecnocratico. Mi si deve spiegare, ad esempio, come, senza il controllo e l’enpowernment (anch’io uso termini inglesi) dei cittadini, possa diventar operativo il divieto di alienazione di suolo pubblico. 

In generale, il Rapporto ha mancato l’occasione di far nascere un dibattito pubblico per orientare gli interventi in modo tale da prefigurare un modello di tessuto produttivo per l’Italia dei prossimi vent’anni. Occorre puntare sulla crescita dimensionale delle imprese?, sul brokeraggio tecnologico (strano che il modello delle Fraunhofer sia citato solo en passant in fondo a una scheda anomala)?, sulla logistica, sullo sviluppo del Mezzogiorno, sull’efficienza e trasformazione energetica, sui beni culturali e sulla trasformazione della pubblica amministrazione, sulle eccellenze settoriali, su alcune specifiche specializzazioni, sulle città? Quali i costi e quali i benefici si incontrano nell’intraprendere una strada e magari lasciarne fuori altre?  E, una volta data una risposta, occorre domandarsi su come l’indirizzo prescelto per le attività produttive si intrecci con il riequilibrio territoriale. Non politiche speciali, ma un approccio che si chieda come inserire il Mezzogiorno e le aree arretrate all’interno di politiche nazionali volte al ridisegno del quadro amministrativo, normativo, fiscale, di infrastrutturazione e ambientale dell’intera economia italiana; politiche tali da avere particolari ripercussioni in queste arre e che all’occorrenza possano essere pensate con diverse gradazioni territoriali. Il tema è totalmente lasciato in ombra dal Rapporto, che, sebbene qua là qualche citi qualche intervento che si attaglia bene al Mezzogiorno, nomina il Sud solo 7 volte.

    Tralascio, perché del tutto ovvio, che su tutte le politiche “produttive” aleggia la ricostruzione della sanità (che non ha meritato nel rapporto un capitolo a sé, ma singoli accenni in schede sparse), disegnata in modo tale da renderla reale condizione per il rilancio del Paese con investimenti specifici, anche in informatica, e con un approccio capillare, capace di prevenire e di essere tarato sulle persone e diffuso nel territorio. 

Non solo politiche ad hoc, ma la direzione dei processi, la cura della governance, il coordinamento degli attori

      Quale che sia la linea scelta di rinforzo delle attività produttive del Paese, è ovvio che dovrà contare su condizioni di contesto – ricerca e formazione – di alta qualità. La questione non è solo di livello della ricerca, che ovviamente dovrà essere il più elevato possibile, ma anche questione di organizzazione e governace del settore. Nessun cenno al fatto che una politica industriale degna di questo nome dovrebbe prevedere lo stanziamento di risorse per i progetti selezionati, chiamare a raccolta le migliori capacità industriali, le università e i centri di ricerca, curare le filiere produttive e territoriali che si connettono a tali progetti, puntando a farne un driver di crescita. Le missioni potrebbero essere centrate soprattutto su chimica verde, smart cities, agenda digitale, beni culturali, mobilità ed efficienza energetica. Tuttavia in Italia questi indirizzi stentano a decollare: l’Agenzia per i progetti non c’è, i programmi elaborati da ben otto ministeri e da venti Regioni risultano spesso incoerenti, le erogazioni sono non di rado aleatorie. Anche per l’Università le schede sembrano ripercorrere la scommessa renziana di puntare su sporadiche eccellenze (sembrerebbe con al centro ancora l’Anvur) e non mostrano consapevolezza che in Italia va affrontata in primo luogo la scommessa di elevare  la qualità media generale e superare la fortissima differenziazione tra sedi e tra territori attraverso piani di riequilibrio basati su patti e verifiche, curando al contempo tutti i meccanismi perversi che hanno operato (allocazione dei fondi, selezione e sostituzione dei docenti, processi di valutazione, tipologie delle offerte formative, organizzazione della ricerca, concorrenza e duplicazione  invece che collaborazione).

Ma il ridisegno della Pubblica Amministrazione ha condizioni a monte di quelle poste nel Rapporto

   Ovunque indirizziamo lo sguardo nei processi e nelle politiche messe in atto in Italia, emerge la necessità di governarne i processi, avere una barra di riferimento, curare le necessità operative e la filiera di comando, tenere la guida e il coordinamento degli attori, risolvere le questioni in modo olistico. Non è sempre questione di risorse e di regolamentazioni settoriali da affrontare con stanziamenti e deregolamentazioni, prediletti dal Rapporto. Quello che è mancato spesso in Italia è lo ”stare sul campo”, la governace nel merito delle cose. E qui tutto conduce al nodo della Pubblica Amministrazione, alla necessità, cioè di averla efficiente e razionale. E’ il tema che un Rapporto sulla crescita avrebbe dovuto mettere al centro di ogni politica da affrontare. Sfugge a Colao & co che non è questione solo di sveltimento degli iter burocratici, informatizzazione della PA, silenzio-assenso, ecc. (cogente è, però, la scheda su “il Piano di Risorse Umane per la PA”, che sarà importante in un futuro e vedrà il reclutamento di 400.000 unità). A parte questo tema, la questione è a monte di singoli interventi di sburocratizzazione e sveltimento (a volte discutibili), ma non sfiora il Rapporto: che per ridisegnare dalle fondamenta la macchina amministrativa occorre superare gli approcci amministrativistici e puntare sulla qualità progettuale, smettendo di considerare la P.A. come un corpo unico. Oggi sarebbe opportuno identificare le diverse missioni che attengono a parti diverse del settore pubblico, riorganizzare la PA per funzionalità operative e filiere decisionali (che sono diverse per dimensioni e finalità) rinunciando all’uniformità organizzativa e contrattuale. Le tante specificità della PA dovrebbero essere individuate e trattate separatamente. Non abbiamo bisogno di manager che organizzino bene le procedure, ma di identificare il prodotto (pubblico) e le funzionalità delle singole filiere, responsabilizzare chi di dovere sui contenuti e valutare la scelta delle direzioni operative in un’analisi costi-benefici. Ben sapendo che per molte funzioni il prodotto pubblico è il benessere dei cittadini. E’ comunque importante la chiarificazione dell’obbiettivo e la conoscenza interna dei costi (anche indiretti) che si rendono necessari a produrre quella determinata attività; costi che devono essere in accettabile proporzione col risultato. Non dimenticando che un a P.A. organizzata non più solo per produrre documenti, regolamenti e controlli comporta che per ogni obbiettivo specifico vi sia una organizzazione del lavoro specifica e una selezione della dirigenza e dei quadri con professionalità adeguata a quell’obbiettivo. Il che sembra in contrasto con l’attuale indirizzo di unificare il ruolo della dirigenza. In quest’ambito, è allora giusto porre all’ordine del giorno ciò che si sta dibattendo in questi giorni (e che appare nelle schede) di proteggere chi ha poteri decisionali da responsabilità penali, civili e erariali (tipo abuso di ufficio), che dovrebbero scattare solo a seguito di dolo, o colpa grave o illegalità sotto il profilo penale.

Rendere meno inaccettabile la situazione sociale non implica solo trasferimenti monetari

    Da ultimo – se di ridisegno dell’Italia si tratta – all’ordine del giorno sono le diseguaglianze sociali, che la pandemia ha reso ancora più evidenti; è l’intero sistema del welfare, della protezione e del precariato a dover essere affrontato. E’ una direttrice speculare all’obbiettivo di porre il Paese su uno stabile sentiero di crescita. Forse non era compito del Rapporto entrare nel merito di questo tema. Ma, visto che un intera sezione è dedicata a “Individui e Famiglie”, vale la pena di guardare dentro. L’’obbiettivo a mio avviso più importante che pone è quello di arrivare a un assegno unificato per le famiglie, scaglionato per composizione e reddito, che assorba i vari istituti esistenti e sia effettivamente redistributivo. Obbiettivo importante certamente, ma che non penso che possa essere posto così, fuori da un intero ridisegno della tassazione personale, che il Rapporto non affronta. Quel ridisegno è al centro di varie discussioni e progetti (anche nel governo) ma qui è avulso dal contesto in cui dovrebbe inserirsi. A parte questo tema, ciò che non convince è l’ispirazione di fondo che guida le proposte di questa sezione. E’ essenzialmente un programma di trasferimenti selezionati, che comporta elargizioni per questo e per quello (non importa quanto condivisibili siano le finalità sociali cui si indirizzano), ma che mostra scarsa consapevolezza (a parte gli asili nido) dell’esigenza di dare priorità al rafforzamento dei servizi pubblici come via, più efficace dei trasferimenti, per avvicinare un riequilibrio della situazione sociale. In molte parti sembra un assist all’impostazione di Italia Viva (già riflessa nel Familily Act).

Un’occasione mancata

  Ovviamente si può riempire un intero libro sui temi in ballo mentre questi non sono che spunti sporadici tratti da un giudizio d’insieme. Affermavo prima che è un’occasione persa. Tanto è vero che gli stessi Stati Generali si sono svolti sostanzialmente prescindendone. Quando si porrà effettivamente mano a un orizzonte programmatico che disegni l’Italia del futuro (si spera in qualcosa che vi si avvicini nel programma che il governo presenterà in settembre), si potrà dare qua e là una sbirciata a qualche scheda. Tutto qui. 

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  • Sono talmente daccordo che quasi esito a scriverlo.
    L’inutilità e la futilità, per circostanze di contesto e taglio dell’operazione, dell’esercizio affidato a Colao sono talmente lampanti da porre un interrogativo: quali mai saranno state le vere motivazioni del concepire, e poi promuovere con tanta visibilità, un’attività così inutile? Cui prodest? Forse lo capiremo in occasione di qualche prossima nomina?

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